C’è un luogo a Carpi, proprio accanto alla chiesa di San Francesco, dove l’Ottocento italiano prende forma all’interno di una collezione privata: quel luogo è Palazzo Foresti e la collezione è quella di Alberto Marri che, proprio alcune settimane fa, ha presentato il catalogo dal titolo “Ottocento Italiano – La collezione Marri di palazzo Foresti” che racchiude al suo interno le principali opere raccolte negli anni.
Marri, classe 1954, già imprenditore nel settore della distribuzione di gas, nonché attuale Vice Presidente della Banca Popolare dell’Emilia-Romagna, ha coltivato una grande passione per la pittura italiana dell’Ottocento dove, spigherà nell’intervista, ritrova quelle scene contadine di un’infanzia passata, eppure ancora presente nella memoria. Da questa passione la decisione di condividere con i più quanto raccolto, certo del valore (non solo culturale ma anche civile) dell’opera di artisti che, attraverso il loro lavoro, “hanno rappresentato la vita dei nostri nonni e bisnonni”.
L’INTERVISTA

Alberto Marri nel suo studio di Palazzo Foresti
Come è nata l’idea di realizzare un catalogo sulla sua collezione?
“Credo che per un collezionista, dopo che da un po’ di tempo raccoglie opere, sia naturale avere l’ambizione di lasciare una traccia dietro di se; il catalogo “Ottocento Italiano: la collezione Marri di palazzo Foresti” è nato proprio da questa esigenza.
In questo momento la collezione comincia ad avere una sua fisionomia e, senza false modestie, una sua importanza. Purtroppo l’esperienza dei due precedenti collezionisti che abitarono Palazzo Foresti è negativa, entrambe le collezioni infatti sono andate perdute alla morte dei proprietari; una è andata dispersa per ragioni economiche dovute ad un tracollo finanziario, mentre l’altra per ragioni ereditarie.
Con questo catalogo ho cercato di lasciare un documento che mi ricorderà nel tempo; guardando al futuro tuttavia non escludo, se ce ne saranno le condizioni magari tra una decina di anni, di realizzare un’integrazione a questa prima opera dato che, l’obiettivo di ogni collezionista, è sempre quello di migliorare la propria collezione. ”
Come è iniziata questa sua passione per l’arte italiana dell’Ottocento e per il collezionismo?
“Per iniziare la mia collezione ha avuto un ruolo importante l’acquisire Palazzo Foresti che era già stato luogo in cui furono presenti altre importanti collezioni; sembra banale ma questo accadde, probabilmente, anche per l’importanza delle sale che necessitavano di essere arredate.
Poi naturalmente hanno giocato un ruolo chiave le persone che ho incontrato nel corso della mia vita, come ho detto in occasione delle presentazione del catalogo, in particolare dalla famiglia: mio papà infatti ha collezionato per anni auto d’epoca raccogliendole a partire dagli anni ’66-’67 dai vari rottamai. Poi, nonostante lavorassi nel maglificio di famiglia, iniziai a collaborare con mio zio (Guido Gradellini ndr), che era in realtà il fratello di mio nonno materno, nelle aziende di distribuzione del gas che aveva in Veneto; lui era un appassionato di antiquariato e con lui visitai diverse mostre, la sua casa poi era piena di oggetti del ‘500 e del ‘600, ma aveva anche opere dell’800, alcune delle quali, alla sua morte, mi lasciò in eredità. Successivamente entrai in contatto con diversi professionisti del settore che in questi anni mi hanno aiutato consigliandomi e guidandomi negli acquisti di opere.”
Da imprenditore cosa pensa quando si parla della cultura come volano economico?
“Per l’Italia la cultura è senz’altro un fatto rilevante sul piano economico, ma non è certo un mistero che noi italiani non sappiamo valorizzare al meglio il nostro patrimonio.
Come nell’industria siamo dei bravi produttori, dei bravi artigiani, ma poi, spesso e volentieri, non riusciamo a vendere bene i nostri prodotti; in alcuni campi ad esempio i francesi ci surclassano, basti pensare ai vini e ai formaggi e, venendo nel mio campo, pensate a come hanno promosso gli impressionisti che nascano in ben vent’anni dopo i macchiaioli eppure ancora oggi, nel mondo, tutti conoscono i primi e pochissimi i secondi.
Questo fatto dovrebbe far riflettere se pensiamo che furono proprio gli impressionisti a venire a vedere cosa succedeva in Italia quando i macchiaioli erano già nati come movimento artistico. In ambito generale sicuramente la cultura potrebbe portarci più soddisfazioni dal punto di vista turistico, ma anche per quanto riguarda l’impiego per i giovani.
Per quel che riguarda me invece devo dire che, al di la della passione, dal punto di vista economico è solo una spesa; tornando a mio zio ricordo che una delle cose che mi insegnò fu che i dividendi sono di due nature: ci sono i dividendi economici, quelli legati agli utili, e ci sono i dividendi intangibili, che riguardano la soddisfazione e la qualità della vita. In questo senso ritengo che l’arte mi paghi in dividendi intangibili.”
Perché ha scelto proprio l’Ottocento come periodo a cui dedicarsi?
“Perché è quello più vicino al mio gusto e alla mia tradizione. Da bambino feci in tempo a vedere le trecciaiole, le donne che facevano la treccia davanti a casa, ricordo la vita nei campi in condizioni certamente molto diverse da quelle odierne; questo periodo mi colpisce e mi appassiona dandomi sensazioni ed emozioni che non riscontro in altri casi. In generale esso rappresenta le scene di un passato che mi richiama a qualcosa della mia infanzia.”
Al di là del valore economico di un’opera che cos’è che colpisce un collezionista?
“Prima di tutto il quadro in se, poi subentra anche il ragionamento sul valore, ma prima di tutto è il cuore a farti scegliere un’opera piuttosto che un’altra. Quando ti fermi a guardare un quadro perché ti colpisce, colpisce la tua attenzione, la tua immaginazione, dandoti un’emozione, quindi lo guardi e lo riguardi finendo per sceglierlo. Dopodiché, sapendo il prezzo di un’opera alla quale si è interessati, subentra la parte razionale che ti fa valutare secondo i tuoi parametri il da farsi.
Naturalmente anche i parametri sono diversi ed evolvono nel tempo. La cosa importante quando si acquistano opere d’arte è darsi un limite e rispettarlo; ricordo ad esempio un occasione in cui, partecipando ad un’asta, il limite che mi diedi per un dipinto che avrei voluto acquistare (e che mi piaceva molto) fu venduto a tre volte il valore che avevo deciso di spendere ma, naturalmente, non tutto si può avere. ”
Oggi ha l’impressione che nei giovani ci sia un po’ di disaffezione per l’arte?
“Non direi una disaffezione per l’arte perché in realtà ci sono forme d’arte diverse, quella contemporanea, l’arte moderna che, pur non condividendo posso capire. Direi invece che (aimè) c’è una diversa propensione al collezionismo. Il collezionismo infatti può essere una forma positiva di educazione, da bambini collezionavamo ad esempio i francobolli e questo ci costringeva ad organizzarci per portare avanti la nostra raccolta e svilupparla. Le collezioni poi erano di tanti tipi e non erano certo necessari investimenti per portale avanti, c’era chi collezionava bustine di zucchero, chi i soldatini, e molto altro ancora. Oggi questo credo si sia un po’ perso, forse anche a causa di un mondo in cui tutto è sempre più digitale.”
Cosa le farebbe piacere che i visitatori di Palazzo Foresti cogliessero vedendo la sua collezione?
“Vorrei che si capisse che ci sono tante cose belle al mondo e che il bello, ricordiamocelo sempre, aiuta a vivere bene indipendentemente da tutto. La bellezza è formativa e, chi la rispetta, poi non commette azioni antisociali avendo, in generale, un maggiore rispetto di ciò che ci circonda.
Ritengo inoltre importante valorizzare artisti che hanno dedicato la loro vita a cercare di trasmettere un periodo, una sensazione, un’idea; persone spesso morte in miseria il cui successo è arrivato postumo ma che, attraverso il loro lavoro, hanno rappresentato la vita dei nostri nonni e bisnonni. Tramandarsi la memoria è molto importante e, se devo confessare un cruccio, mi dispiace che nonostante la mia disponibilità, e nonostante più di una volta abbia segnalato alle scuole medie e superiori del nostro territorio la possibilità di visitare gratuitamente la collezione di Palazzo Foresti, in tanti anni siano venute pochissime classi.
Questo mi dispiace perché portare i ragazzi a vedere una realtà del genere sarebbe l’occasione per vedere dal vivo quello che studiano sui libri, e questo potrebbe certamente appassionarli un po’ di più. Pensi che persone che conosco che hanno accompagnato delle classi carpigiane a vedere mostre, a Padova per esempio, dove erano esposti cinque o sei dipinti della mia collezione che avrebbero potuto vedere in qualsiasi altro momento anche qui a Carpi.
A me piace molto la storia però un conto è leggere, ma se te vai sul luogo dove avvennero storicamente i fatti è tutto diverso. Provate a pensare alle gallerie del Pasubio, proprio quest’anno che festeggiamo il centenario della Prima Guerra Mondiale, un conto è leggere su un libro quello che gli alpini fecero per scavare queste gallerie, un conto è andare sulle Dolomiti e vederle di persona provando quell’emozione che nessun libro può dare; lo stesso vale per un dipinto, le cose viste dal vero hanno sempre un altro impatto.”
Se dovesse scegliere un altro periodo che non fosse l’Ottocento da collezionare?
“Pur rispettando e ammirando le scuole antiche devo dire che quell’antiquariato non mi da delle grandi sensazioni, se proprio dovessi scegliere allora preferisco il primo Novecento, artisti come Murri, alcune opere del futurismo e del divisionismo, non certo le avanguardie, i Kandinsky o i Fontana.
Un altro periodo che mi piace moltissimo è il ‘700 Veneziano con artisti come il Guardi, il Marieschi, il Canaletto, il Bellotto. Di quel periodo apprezzo il paesaggismo, quel vedutismo di Venezia (ma anche di Londra o di Praga) mi affascina molto.”
A chi è rivolto il catalogo “Ottocento Italiano: la collezione Marri di palazzo Foresti”?
“Il mio scopo era quello di fare qualcosa di aperto a tutti e non esclusivo per gli addetti ai lavori, ragion per cui sono anche entrato in discussione con le persone che hanno collaborato con me nella stesura del catalogo, Paul Nicholls e Giuliano Matteucci in particolare che, avendo fatto molti cataloghi e avendo scritto libri sull’Ottocento, avevano un approccio più scientifico mentre io volevo che le descrizioni dei quadri fossero accessibili anche alle persone con meno esperienza. Io stesso infondo non sono certo un addetto ai lavori nascendo da studi economici, però la mia passione l’ho iniziata a percepire proprio dalle cose semplici.”







02 Nov 2015
Posted by Nicola Pozzati













