La nostra rubrica dedicata alle donne del tiro dinamico oggi ci porta a fare quattro chiacchiere con Valeria Alessandrello, che sui campi è detta “la mora”. Valeria ha impugnato la sua prima arma corta più o meno un anno fa, seguendo l’esempio di un’amica. Amica che anche noi conosciamo: è Velia Boscolo Contadin e l’abbiamo già letta su queste pagine.
Valeria è rimasta fin da subito ammaliata dalle pistole, nonostante all’inizio non riuscisse a centrare alcun bersaglio. Un mese dopo aver conseguito il Livello Bronzo, passo necessario per gareggiare, Valeria si iscrive al Winter Challenge 2016/2017 del centro sportivo “Le Tre Piume”, competizione che ho seguito e fotografato per questa testata. «Ho pensato – dice Valeria –, “ne faccio una sola per capire cosa si prova” e ho finito invece per fare tutte le quattro gare del torneo». Valeria è quella che io chiamo una “sportivona”, prima di dedicarsi al tiro dinamico è stata per molti anni istruttore e guida subacquea: «La concentrazione e il senso di responsabilità sono sfaccettature comuni per entrambe queste discipline».Chiedo a Valeria di raccontarmi cosa succede nelle sue giornate in gara.
«La mia giornata di gara inizia una settimana prima, con sveglie che suonano alle cinque del mattino e lunghe telefonate con Velia: assieme esaminiamo gli schemi degli stage che affronteremo in competizione. Il mattino della gara mi alzo prestissimo perché amo arrivare in campo con molto anticipo per prendere un buon caffè ed entrare subito nello spirito giusto. Faccio l’iscrizione, compilo lo statino e scambio saluti coi volti che, una gara dopo l’altra, diventano sempre più conosciuti e rinfrancanti. Quando scopro lo stage da cui partirò e la squad in cui sono stata inserita, mi dirigo in campo: saluto il Range Officer, ormai anche lui è un volto amico, e scappo a fare una “pipì tattica”. Poi indosso il cinturone e metto l’arma in fondina, qualche estrazione in fumble zone, riempio i caricatori e a quel punto la mia attenzione è già altissima. Gli occhi studiano lo stage mentre aspetto il briefing. Ho imparato che ripristinare gli esercizi – il cosiddetto “tappare” – mi aiuta a mantenere la concentrazione perché mi mostra esattamente dove sono i bersagli e mi dà la possibilità di continuare a provare l’esercizio “in bianco”. Comincio a concentrarmi molto prima che sia il mio turno e quando “Range is clear!” provo e riprovo l’esercizio: ho sempre paura di dimenticare un ingaggio o un cambio caricatore. 

In pedana, soprattutto al primo stage, mi tremano le mani e il cuore rimbomba nelle cuffie, fa freddo ma non sento più l’intorpidimento alle dita – ma a -5° i caricatori scivolano dalle mani e l’ho scoperto a mie spese –, aspetto il bip, solo il bip, e inizia la danza. In quei secondi sei tu con la tua arma e dai il meglio di te, a fine esercizio esulti o ti arrabbi. E stage dopo stage vado avanti, soffro o mi rallegro di quanto ho combinato, mi rilasso quando incontro Gaia – con una macchina fotografica dall’obiettivo gigantesco – perché mi fa ridere con la sua schiettezza e ascolto i consigli di chi è in squadra con me o del Range Officer che mi ha vista sparare gara dopo gara. Rido quando mi prendono in giro perché sto sempre volentieri allo scherzo, intanto mi auguro che passino Mario Carli e Paola col loro carretto – gestori di “Le Tre Piume” ndr – perché fa freddo e un tè lo berrei volentieri. Ma naturalmente sto tappando, io tappo di continuo, e Stefano – il mio compagno di vita, di tiro, di sci e di mille passioni – comincia a chiamarmi: “Valeeeeee, Valeeeee, fermati, vieni a prendere il tè!”. E prima dell’ultimo stage, quando la tensione cattiva è scemata ed è rimasta solo la concentrazione giusta, finalizzata all’esercizio, trovo il tempo per pensare “Chissà se nel menù di oggi c’è il musso…”», piatto che sui campi di Agna manca raramente. «A gara terminata prendo il telefono e scopro d’aver perso diverse chiamate, c’è Velia che avrebbe voluto essere con me ma non ha potuto e così devo raccontarle la giornata».
Mi sembra di capire che Valeria sui campi di tiro sia molto a suo agio.
«In campo mi sento me stessa al cento percento, senza maschere: non c’è tempo di apparire ma solo di essere. Una donna in campo è esattamente al suo posto, se è quello che vuole. È vero, è un ambiente molto maschile, ma non ho mai sentito un commento fuori posto. Forse, a dirla tutta, noi tiratrici siamo viste come bisognose d’aiuto e non totalmente autosufficienti ma spetta a noi dimostrare che siamo in gamba. Le sfide mi sono sempre piaciute, questa lo è ed è altamente stimolante!». Quando le chiedo se ha bambini e se la seguono in gara, Valeria mi racconta: «Ho un figlio di tredici anni che quando posso porto in campo. Gli piace e ancor più gli piacerebbe poter sparare e io lo sosterrò appena deciderà di farlo».Cosa dice la gente quando scopre che Valeria è una tiratrice?
«La prima cosa che mi si chiede è “Ma spari a salve, vero?” o ancora “Non hai paura?”. Molte donne hanno ancora paura delle armi, e non c’è verso di spiegare che si tratta soltanto di pezzi di ferro. E di certo le pistole non sparano da sole. Per me le armi sono semplicemente attrezzi sportivi».
Le chiedo allora dei suoi risultati in gara.
«Le gare che ho fatto sono ancora poche ma averle portate tutte a termine è già una vittoria. Forse la prima grande prova di forza l’ho sostenuta avendo affrontato anche la quarta gara – del Winter Challenge ndr – dopo che la terza era andata malissimo: avevo dimezzato le percentuali delle prime due. Sono rientrata in campo tremante, terrorizzata, ma ho trovato la determinazione per dimostrare a me stessa che potevo farcela e così è stato». Valeria ha un suo personale portafortuna, in gara usa calzini di colore diverso.

Chiedo quindi a Valeria in cosa consista lo spirito di questo sport.
«È una continua lotta per mettere in equilibrio corpo, mente e capacità. Un ottimo sport per credere in se stessi e superare i propri limiti. Coraggio ed equilibrio. In campo sei quello che fai: vai, spari, sei veloce e preciso oppure no».
E per quanto riguarda le donne sui campi di tiro?
«Ricordo che alla mia prima gara ho avuto la fortuna di essere in squadra con Claudia Luparia, che mi ha aiutata in ogni stage. Così come più volte mi ha aiutata Velia. Io credo che, soprattutto se in categorie diverse, ci si debba aiutare. Anche se noi donne siamo persino più competitive degli uomini».
Testo e foto di Gaia Conventi






22 Mar 2017
Posted by Il Mostardino













